Il cicalino - chiacchiere da buvette ovvero il lato B della politica, blog che seguiamo con affetto perché ci informa “dall’interno” sulle vicende parlamentari, lo aveva paventato a inizio anno: la mannaia dei tagli alle spese folli della politica si sarebbe abbattuta sulla… mensa dei dipendenti della Camera dei Deputati ("La dieta Monti si fa sentire: la Camera dei deputati a digiuno...").
Incuriositi, siamo andati a verificare tra i suddetti dipendenti. I quali fino ad ora, non avendo accesso al ristorante dei deputati o alla buvette, si rifocillavano dalle fatiche del loro lavoro alla mensa interna a Montecitorio, oppure alla mensa di San Macuto, o in ultima battuta al bar.
Ora: San Macuto è stata chiusa, con il noto giro licenziamenti annunciati per 350 lavoratori su 500 da parte della società Milano 90 del romanissimo Sergio Scarpellini; la mensa interna apre solo di giorno e non serve la cena, il bar ha alzato i prezzi, ma non di 10 centesimi per il cornetto, come ha fatto la buvette, ma un filino troppo, visto che un pezzo di torta rustica costa 7 euro! Unica alternativa per i poveri dipendenti Camera che lavorano spesso fino a notte fonda, portarsi la pappa da casa.
Oddio, scrivere “poveri dipendenti Camera…” è proprio una forzatura, ma che senso ha non potare mai i rami d’oro del giardinetto dei deputati e sfrondare sempre i cespuglietti intorno? Perché arrivare a licenziare cuochi e camerieri e rendere più salate le cene dei dipendenti? Si dirà, è un taglio al carrozzone della politica. Ma allora perché non s’inizia mai dalla locomotiva?
Perché i Gattopardi hanno sempre fatto così e Giuseppe Tomasi di Lampedusa è di fatto il maître à penser più longevo d’Italia. Il suo “cambiar tutto perché non cambi niente” è stato, è e resterà il pensiero guida a cui si rivolgono costantemente i nostri legislatori.
Con buona pace del lavoro, su cui dovrebbe fondarsi la Repubblica, anche quello dei dipendenti Camera che stanno lì, in fondo, perché la maggior parte di loro ha vinto un concorso.
GS