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12 Set 2017


Ergo Sum -Intervista con Valerio Polici

Trovavo affascinante il fatto che un treno portasse con sé delle scritte in giro per la città e che queste non fossero autorizzate, ma fatte illegalmente...

 

ERGO SUM (2009-2016)

“Il tratto dominante dell’ethos spettacolar- metropolitano è la perdita dell’esperienza. Nell’eccitazione febbrile per la produzione industriale di personalità in scatola, di identità usa e getta, gli uomini diventano spettatori del mondo, nell’eterna domenica della propria esistenza.”

(Teoria del Bloom – Tiqqun 2012)

Un’ odissea mentale tra gli spazi intestinali della metropoli alla ricerca di quell’avventura che non giungerà mai perché tutti gli scenari possibili sono già stati disegnati.
Questo è il valzer della clandestinità esistenziale.

 

Valerio Polici Ergo Sum

 
Valerio Polici nasce a Roma nel 1984. Studia marketing e pubblicità tra Roma e Lisbona. Incuriosito dalla fotografia, inizia un percorso da autodidatta per poi frequentare corsi di specializzazione tra Roma, Padova, Parigi e Riga. Inizia a collaborare con le maggiori testate italiane e internazionali, le sue foto vengono esposte in Portogallo, Turchia e Germania, a “La Biennale di Architettura” a Venezia e al Museo Madre di Napoli. e.

 

Valerio Polici Ergo Sum

 

La tua passione per la fotografia nasce di notte nei depositi dei treni, in compagnia di altri writers con cui inizialmente dipingevi e basta. Cosa ti affascinava del Writing e perché, quando hai smesso di dipingere per dare più spazio alla fotografia, ti sei concentrato essenzialmente sulle forme più vandaliche del Writing?

Trovavo affascinante il fatto che un treno portasse con sé delle scritte in giro per la città e che queste non fossero autorizzate, ma fatte illegalmente. Questi nomi si impossessavano degli spazi urbani, senza una logica apparente. Venivo da una realtà rigida, dove tutto aveva uno scopo ben preciso, con regole e confini da rispettare, tutto era già tracciato. I graffiti erano una meravigliosa boccata d’aria fresca. Scoprire quello che comportava dipingere una metropolitana – gli ostacoli, il buio, l’adrenalina, i cunicoli – non ha che aumentato l’enorme attrazione che avevo per questa dimensione. Era uno strumento per misurarsi, un’avventura continua, un modo per dimenticarsi del resto.
La mia ricerca fotografica è nata da un’esigenza di comprensione: dove nasceva la mia ossessione per quel mondo? Così, senza nessuna nozione teorica, ho iniziato a fotografare i miei amici nelle nostre nottate. Avevo bisogno di conservare una testimonianza di quello che facevamo. Col tempo, l’ossessione si è spostata verso questa attività. La ricerca e la necessità di creare un immaginario del mio vissuto ha acquisito un’importanza crescente fino a sostituire i graffiti e a diventare una professione a tempo pieno.

 

Valerio Polici Ergo Sum

 

Da writer e da fotografo quali sono stati i tuoi riferimenti, in un campo come nell’altro?

Da writer, i miei riferimenti erano molto eterogenei. La scuola romana ovviamente ha avuto un enorme impatto. Sono i primi graffiti che ho visto, la potenza dell’essenziale. Qualche altro nome tra i tanti che hanno lasciato un segno, Chob e Kaf (enormi), Nug, Foe, Kripoe (da sempre all’avanguardia). Riguardo la fotografia, invece, decisi volontariamente di non guardare nulla fin dall’inizio, per provare a creare qualcosa di molto personale. Ovviamente, in quanto writer conoscevo il lavoro di Alex Fakso, apprezzandone il lato celebrativo, ma ho capito presto che la mia ricerca verteva su altri fronti.

 

Valerio Polici Ergo Sum

 

Come si è definita, quindi, la tua identità di fotografo? Quale peso ha avuto il Writing come soggetto dei tuoi scatti in questo percorso?

È stato un processo molto lungo. Ho insistito sullo stesso soggetto, spogliandolo sempre più da tutti quegli elementi che permettevano di ricondurre le mie fotografie a un determinato tema. Mi attraevano le immagini più ambigue, quelle che non davano risposte ma suscitavano quesiti. Ritraevano dei writers, ma poteva trattarsi di una persona qualunque. Erano implicite, metaforiche. In quel momento, ho capito che il mio lavoro stava diventando altro. I graffiti erano solo un pretesto, il discorso tracciava sempre più una geografia interiore. Quindi c’è la ricerca, la fuga, la perdizione.

 

Valerio Polici Ergo Sum

 

 

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